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venerdì 19 aprile 2013

Ecco come si cambia un Sun Odyssey 34.2





Horus adesso è pronta. La barca, un vecchio Janneau Sun Odyssey 34.2, nel corso degli ultimi mesi ha subito un profondo refitting per rendere lei (e me) del tutto autosufficienti. Insomma, adesso possiamo stare a navigare anche per un paio di mesi senza toccare terra. E questo vale, sia se il prossimo anno – come sogno – attraverseremo l’Atlantico, sia se staremo a bighellonare per il Mediterraneo  senza la necessità di andare a ripararsi in un porto, per esempio, per attaccarsi ad una colonnina per ricaricare le batterie.
Un ringraziamento va a Luigi Iacono,  Gilson Monteiro Aquino e Benedetto Cuccio della Sailing Boat Service di Palermo: in questi mesi di "ristrutturazione", hanno lavorato mentre il sottoscritto continuava  a vivere nella pancia di Horus. Sono dei tecnici preparati, ma anche una buona compagnia. Per farla breve: siamo diventati amici.

Luigi Iacono
Gilson Monteiro Aquino

Benedetto Cuccio


















Ma voglio guidarvi nella “nuova” Horus. Cominciamo dall’interno.

Impianto elettrico

Batterie. Adesso le batterie per i servizi sono quattro, per un totale di 360 amperes. Resta una da 80 amperes, più che sufficiente, per l’accensione del motore. Nella “vecchia” Horus, le batterie per i servizi erano solo due e ancora oggi trovano posto in un gavoncino sotto la cuccetta di poppa. Troppo poco spazio per poterne ospitare altre due che, quindi, hanno trovato spazio nell’ampio gavone di poppa.

Pannelli solari


 Per garantire autonomia, senza dover dipendere da un caricatabberia (da collegare a terra alla colonnina elettrica di un pontile), da un generatore (che consuma benzina, fa rumore e anche puzza) o dall’accensione periodica del motore, l’alternativa era tra dei pannelli solari o da un generatore eolico. Visto che per un altro anno me ne starò nel Mediterraneo, dove non sempre il vento è sostenuto, la scelta è caduta sui pannelli solari. I pannelli, due, sono della Soldian (quelli usati da Soldini su Maserati),  da 100 watt ciascuno, montati in serie.  I due pannelli sono collegati ad un regolatore di tensione della Western Co. Il risultato è eccellente: da quando ho montato il sistema, non ho più avuto la necessità di colllegarmi alla rete elettrica per usare il carica batterie.

Inverter. In barca dispongo anche di un impianto a 220 volts in corrente alternata, la cosiddetta “luce di casa”. In ogni ambiente (cabina di poppa e cabina di prura, dinette, cucina, tavolo da carteggio, bagno) c’è almeno una presa. Tutto il circuito è collegato – tramite uno switch – o all’inverter o alla presa esterna (quella che va alla colonnina della banchina). 

Computer di bordo


  Per stare tranquillo e non rischiare di restare al buio, serviva non un semplice voltmetro o un amperometro, ma un vero e proprio computer di bordo che tenesse sotto controllo sia i consumi elettrici, sia il livello di carica delle batterie. E così, sul tavolo da carteggio c’è un Battery Monitor BM-1 con il quale posso tenere sotto controllo il livello delle batterie, i consumi in quel momento, quanti ampere stanno caricando le batterie, una proiezione su quanto tempo resia per  scendere sotto i 12 volts  delle batterie oppure per caricarle del tutto.

Impianto idrico

Rubinetto d’acqua di mare


Occhio ai consumi d’acqua dolce. Inutile consumarne, per esempio, per lavare i piatti. La soluzione (sempre presente sulle vecchie barche a vela) è stata una presa a mare e un rubinetto su uno dei due lavabi della cucina alimentato da una pompa a pedale. Quando si è al largo (dove l’acqua è pulita) è una pacchia: si rigoverna la cucina potendo fare a meno di usare il detersivo, visto che il mare ci dà un’acqua con sale e iodio e, all’occorrenza, anche buona per cucinare la pasta. E, perché nop?, anche per lavare i denti.

Cesso elettrico

  Tranquilli, non siamo nella prigione di St. Quentin dove se ci si accomoda su una sedia elettrica normalmente si muore. Vista la mia età, matura, ho preferito una comoda pompa elettrica che ha sostituito quella manuale (che conservo perché un ricambio può sempre far comodo). C’è solo da stare attenti a cosa si butta dentro, visto che la pompa elettrica, prima di scaricare a mare, trita tutto quello che vi passa dentro. Ergo, a scanso di incidenti, su Horus è vietato mangiare ciliegie, olive e quant’altro contenga noccioli.

Le altre modifiche
Tv. Non è un qualcosa di necessario, confesso, ma perché rinunciarvi? A volte, da soli in porto, è piacevole seguire un tg o non perdersi  Crozza. Un’antenna  “a fungo” della Glomex e un televisore che può funzionare indifferentemente sia a 12 che a 220 volts.

Teli paramare


Servono. Eccome se servono. Servono a riparare il pozzetto dalle onde frangenti (se non sono troppo alte), ma servono anche a riparare dal vento e, in banchina, garantiswcono anche un po’ di privacy. All’interno ci sono delle tasche forate per poter sistemare in navigazione tante cose che altrimenti non troverebbero un posto o sarebbero sparse ovunque, come cime, termos, binocolo, eccetera.

Tendalino

 Già c’era, ma adesso è stato modificato ricavando una “tasca” che, aperta, permette a chi sta al timone di controllare la forma della randa e dare un’occhiata al segnavento in testa d’albero.

Luce in pozzetto

 Una grandissima comodità con una soluzione estremamente semplice: una striscia di led (purtroppo bianchi) apposta sul tendalino per mezzo di una pezza di velcro. I led sono alimentati da un filo che, tramite una spina da accendisigari, va in una presa a 12 volts posta sulla colonnina del timone.

Rotaie del genoa 

 Adesso non è più necessario uscire dal pozzetto per regolare il punto di scotta: un bozzello e un rinvio permettono di effettuare la manovra standosene riparati. Le cimette dei rinvii possono essere bloccate da due piccoli stopper piazzati sulla tuga.

Pilota automatico


  Il vecchio Raymarine ST-4000 ha pensato bene di defungere. E visto che quasi sempre in barca sono da solo, è semplicemente inimmaginabile pensare di fare a meno di un pilota automatico. Visto che era necessario affrontare la spesa, tanto valeva farla per uno strumento “definitivo”. Il Raymarine SPX-10 che, tra l’altro, dispone anche di un proprio giroscopio. Non è un dettaglio da poco. Quando onde alte arrivano nelle andature portanti, la poppa della barca si alza e, se non c’è una immediata correzione del timone (una sorta di controsterzo anticipato), la barca parte per l’orza e a quel punto è possibile che sia troppo tardi per rimettersi in rotta. Un pilota automatico con il giroscopio, oltre alla variazione della prua, sente anche l’accelerazione verticale (la poppa sollevata dall’onda) e si comporta come il più bravo dei timonieri “umani”. L’SPX-10 si può interfacciare con la stazione del vento, così da mantenere una rotta non in base alla bussola, ma rispetto all’angolo con il quale il vento colpisce la barca. Non so ancora come questo pilota si possa comportare con vento forte di poppa, ma se andrà bene potreei anche non pensare più ad un timone a vento che in molti (me compre3so) ritengono indispensabili per una lunga navigazione d’altura.

Safe lines. Per chi naviga, soprattutto per chi lo fa in solitario, la sicurezza è un imperativo. A mio avviso, più che i giubotti salvagente, servono le cinture di sicurezza che impediscono di cadere fuori bordo e che, del resto, non danno neppure tanto fastidio. Per andare all’albero o a prua in totale sicurezza, sono state messe due safe lines in tessile alle quali agganciare la cintura. In pozzetto, invece, ci si può agganciare a degli appositi golfari messi accanto al timone e sulla tuga.





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