Clicka se ti piace il blog

Clicca MI PIACE se davvero ti piace questo blog

Cerca

martedì 14 giugno 2016

Come si vive in una barca? Io lo faccio da quattro anni

Aggiungi didascalia
Il prossimo primo luglio il mio matrimonio con Horus avrà compiuto quattro anni. L’anniversario sarà festeggiato in navigazione (da qualche parte). Adesso, invece, vorrei fare un bilancio su questi quattro anni in cui ho dato un taglio netto alla mia vita, l’ho rivoluzionata lasciando la terra (in senso metaforico) e vivendo dentro un guscio galleggiante di appena dieci metri.
Il bilancio è positivo e questa scelta la rifarei altre mille volte. Ricordo il prepensionamento, la perdita, nel passaggio dallo stipendio alla pensione, di una buona parte del mio reddito e la voglia di vivere a fondo la mia vita senza legami, senza orari, senza regole dettate da altri. E la decisione di mollare l’appartamentino che avevo affittato a Piazza Marina e di vendere l’utilitaria è stata praticamente obbligata.

Horus
Ed è arrivata Horus, uno spaziosissimo Sun Odyssey 34.2 del 2000 a due cabine. L’abbiamo presa a Siracusa, fatta controllare a Messina, portata a San Nicola e poi a Palermo per quei lavori indispensabili per rendere la “bimba” più sicura e funzionale, visto che oltre ad essere una barca navigante doveva anche essere una casa per una persona “matura” e anche un po’ acciaccata. 
E vediamo se riusciamo a fare un bilancio di questa mia ultima parte della mia vita.Cliccate  QUI per vedere i lavori fatti su Horus.
Innanzitutto le modifiche apportate ad Horus che potete vedere in questo vecchio post.
Parliamo, invece, di come è cambiata la mia vita. Diciamolo subito: radicalmente. E in meglio. Come base ho scelto il porticciolo di San Nicola l’Arena. S. Nicola è un borgo di pescatori, ma nel porto c’è un grande spazio dedicato alle barche da diporto. Lì dove sto io, nei pontili  Mare Sud, c’è anche una comodità aggiuntiva: la famiglia Marino, che gestisce i pontili, ha a Termini Imerese (a poche miglia) anche un attrezzatissimo cantiere nautico. Così è possibile fare a buon prezzo e bene anche alaggio, varo e manutenzione ordinaria. Il porto è sicuro: entra un po’ di risacca solo quando spira forte un vento di grecale. Ma questo avviene solo di rado. Picchia forte, invece, lo scirocco. Ma è solo vento, niente mare: basta avere cime di ormeggio “serie” e robusti molloni e anche questo problema viene neutralizzato.
Il porticciolo di San Nicola l'Arena
Io a San Nicola ci vivo benissimo. La borgata è minuscola, ma c’è tutto: farmacia, supermercato, panifici, eccetera. Perfino una banca e un ufficio postale. E la stazione: con un paio di euro vado a Palermo e non devo affrontare lo stress del traffico e tutto il resto.
Ma vivere in barca non significa sostituire un appartamento fisso con uno che si dondola. E’ la visione della vita che cambia. Quando andai in pensione e mi trasferii in una barca, fui intervistato dalla Rai (guarda il video). E dissi che avrei girato il mondo. E specificai che per me, dire che avrei girato il mondo, avrebbe potuto significare anche solo percorrere poche miglia e andare a Capo Zafferano. Significa libertà: per farlo basta solo mollare due cime e andare, senza fare compromessi, senza chiedere permessi, senza avvertire nessuno. Libertà, appunto.
E libertà significa anche avere la possibilità finanziarie. Sfatiamo un mito: vivere in una barca costa molte meno che vivere a terra. Con 500 euro al mese (che sarebbero seimila euro in un anno) io ci copro: ormeggio con acqua e luce (anche se io di energia elettrica ne consumo davvero pochissima, visti i pannelli), alaggio e varo, manutenzione della carena, assicurazione, manutenzione del motore, iscrizione alla Lega Navale. E resta sempre qualcosa che può sempre servire per i piccoli interventi o per le piccole avarie. Per me, inoltre, serve davvero poco: non vesto Armani, fuggo dal lusso ma mangio bene. Insomma, se non si vogliono avere stravizi, anche con mille euro al mese si può vivere liberi e felici.
Senza considerare che costa poco per andare in posti meravigliosi a costo praticamente nulla. Horus, col suo Yanmar da 29 cavalli, a poco più di 5 nodi consuma 1.20 all’ora. In genere, in un anno, non spendo in gasolio più di 150 euro. Ma io vado a vela, a meno che la velocità non sia inferiore a due nodi. Ricordo un mio “record”: per andare a Cefalù – sono poco più di 20 miglia – ci sono stato un po’ più di otto ore. Ma non devo tagliare traguardi, non ho orari da rispettare, non rischio di dimenticare qualcosa perché mi porto la casa appresso.
A Cefalù, con amici a bordo di Horus
Ogni tanto qualcuno mi chiede come si sta da soli. Forse immagina che vivere da soli in una barca significhi fare la vita dell’eremita. Io in genere navigo da solo, ma quando sono in porto, Horus fa a tempo pieno la padrona di casa. Dirò di più: se abitassi in un appartamento forse riceverei meno visite. Ma io accolgo solo persone che sento mi fanno stare bene. Insomma, chi viene a bordo di Horus non si aspetti di cenare col “servizio buono”. Si mangia quello che c’è e con quello che c’è.

A bordo, infatti, è molto più facile essere se stessi e farsi accettare per come si è. Già vengo preso per un tipo strano e allora perché meravigliarsi se coltelli e forchette fanno parte di set diversi?

Se volete, qui sotto ci sono dei pulsantini per condividere questo post sulla vostra pagina Facebook o sul vostro Twitter