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martedì 15 gennaio 2013

La bambina che parlava col mare

Fin da bambina approfittava di ogni momento libero per correre al mare. A volte neppure andava a scuola. “Io, col mare, ci parlo”. Si toglieva le scarpe per non riempirle con la sabbia, si sedeva, incrociava le gambe e guardava quella mamma azzurra piena di vita e di suoni, mai immobile, mai la stessa.
“Buongiorno, mare”. E per risposta, un‟ondina più coraggiosa si faceva largo tra la sabbia e la sfiorava.
“Oggi sei calmo, più calmo del solito”. E qui, quasi a volerla contraddire, a una decina di metri dalla battigia, un‟onda più grande delle altre, si alzò, si avvolse su se stessa e il frangente poi morì con un rumore sordo.
“Beh? Non è che ti sei offeso solo perché ho detto che sei calmo”. Il mare non rispose. Solo accentuò un poco la sua risacca. Insomma, si ritirò, aspettò qualche attimo, e poi tornò a guadagnare spazio sulla spiaggia
In lontananza, all‟orizzonte, una vela appariva e spariva. Si vedeva che c‟era poco vento e che quella barca era spinta, ora davanti, ora di lato, solo dalle onde. “Mare, quello è il mio papà. Se continua così, sbatacchiato e senza fare strada, mi sa che non ti vorrà più bene. Perché non l‟aiuti?”. Stavolta il mare sembrò non rispondere. Ma in pochi minuti, il suo colore diventò di un azzurro più scuro e, lontano dalla riva, cominciò a riempirsi di “pecorelle”, tante ondine piene di schiuma. Segno che era arrivato il vento. E all‟orizzonte, quella barca prese velocità, libera di navigare e non solo di galleggiare come un legno alla deriva.
La bimba ringraziò il suo amico, si alzò, fece un cenno di saluto e, quando era già sulla strada di casa, si girò e urlò: “Aspettami, ci vediamo domani”.