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martedì 30 aprile 2013

"Harald e Margherita", un libro sul respiro del mare



 Un ebook che parla di mare. Il mare aperto, evocativo, che lega le terre. Il mare della mente: "Harald e Margherita", della palermitana Giorgia Butera, è una storia di complicità che va dalla Sicilia ai fiordi norvegesi. E parla delle onde, dell'acqua e dei suoi profumi, della salsedine e del vento. Parla del richiamo dell'oceano. Così viene introdotto dalla prefazione di Giovanni Chiappisi, il più adatto a parlarne. Un uomo che si firma "uomo di mare":


Nel mare, si dice, non ci sono taverne, ma nemmeno frontiere. È un paese semplice, abitato da un popolo davvero multietnico ma anche sui generis. Gli uomini del mare (ma anche le donne, anzi), per esempio, possono anche avere tre lauree e cinque master, ma sono degli inguaribili superstiziosi. Che non nascondono affatto questo loro status: mai cambiare nome alla barca, pena disgrazie da tutti i lati; proibito fischiare, se non si vuole essere investiti da venti impetuosi.

Per non parlare che ci sono giorni nei quali è severamente vietato lasciare gli ormeggi e mettere la prua verso il largo. Mai venerdì, per esempio, perché era il giorno in cui Cristo era stato crocifisso. Allo stesso modo, non si salpa il primo lunedì di aprile perché coincideva con il giorno in cui Caino uccise Abele. Anche il secondo lunedì di agosto è meglio restare in porto: in quel giorno Sodoma e Gomorra furono rase al suolo. Partire il 31 dicembre è altrettanto di cattivo auspicio perché era il giorno in cui Giuda Iscariota s'impiccò. Insomma, un bel popolo di matti.

Ma il mare, questo immenso Paese che collega le terre l'una con l'altra, annulla le distanze tra le persone, ne smussa le asperità, le aiuta a capire, a tollerare. Posso dire anche a perdonare? Jacarè è un fiume che, dopo aver toccato Joao Pessoa, sfocia nel mare del nord-est del Brasile.Uno dei pochi rifugi per chi gira il mondo in barca a vela: non ci sono onde e, soprattutto, è profondo e non c'è rischio di rompere le chiglie. Andare in quel porticciolo, molto spartano e privo di conforts, è un'esperienza da fare.

Lì ho conosciuto un ragazzo di vent'anni che con una barchetta di nove metri, costruita nel giardino di casa, era arrivato lì dalla California. Non aveva un soldo in tasca, ma era (giustamente) orgoglioso di una impresa molto più difficile dei tanti velisti di nome che, spinti dagli sponsor, collezionano record e copertine patinate. Poi ho conosciuto Brian, un altro americano, che da almeno dieci anni gira per gli oceani su una vecchia barca in acciaio. Era solo, mi ha visto guardare il suo "Bye Bye" e mi ha invitato a salire a bordo. Abbiamo cominciato a parlare di roba tecnica; di vele, di timoni a vento, di chiglie e altre amenità sconosciute e incomprensibili a voi terrestri. Gli ho chiesto come si fa a vivere e viaggiare da soli per tanti anni. Mi rispose che nel suo vagabondaggio non era solo, ma con la moglie.

Moglie che, però, non c'era. Pensai che fosse morta, ma prima che potessi aprire bocca, mi anticipò: "Louise è viva e sta bene". Poi cominciò il suo racconto. Erano all'ancora in una baia dell'Isola di Saint Martin, nei Caraibi, una baia tranquilla protetta dai venti. Qualche giorno dopo arrivò un tedesco, un navigatore solitario che aveva attraversato l'Atlantico. E anche lui buttò l'ancora in quella baia.

In questi casi, ci si presenta, ci si aiuta. Spesso nascono delle amicizie che sopravvivono al tempo e alla memoria. Per farla breve: Louise cambiò barca e Brian cominciò ad apprendere l'arte della navigazione solitaria. Mentre parlava non c'era astio, rancore. Forse neppure nostalgia. Chi vive in mare impara a diventare fatalista: sa prevedere l'arrivo di una tempesta, ma non può far nulla per evitarla. E così si impara ad affrontarla.

E si impara a fidarsi della barca, l'unica che ci può salvare dalla natura che di tanto in tanto decide di mostrare la sua forza. Più che una tecnica, è una consuetudine a dare attenzione ai piccoli segnali. Un giorno un idiota mi disse: "Che ci trovi di bello a stare in mezzo al mare? Non ti annoi? Ma non hai visto che è sempre uguale?". All'idiota non risposi perché qualunque cosa avessi detto, proprio perché idiota, non avrebbe capito.

Non avrebbe capito che il mare parla. Prendete l'onda lunga, per esempio. Se arriva dopo una bonaccia, ci avverte che sta per sopraggiungere un bel mare mosso e un bel vento forte. E ci indica pure la direzione: quella da cui arriva lei. E quando c'è bonaccia, il velista ha imparato a leggere le piccole increspature che si formano in superficie e sa subito se si tratta di una raffichetta isolata nell'oceano di calma, oppure se sta per giungere il momento di ripartire a tutta velocità.

A volte, invece, quelle increspature ci dicono che lì c'è del pesce in "mangianza", normalmente sgombri, acciughine, tonnetti. Per conoscere il mare, bisogna guardare in alto, studiare il cielo, le nuvole, gli uccelli. E il sole che, almeno finora, si mostra a noi con un suo viaggio (apparente) che va più o meno da est a ovest. Bene, se il vento gira al contrario, e cioè da ovest a est, preparatevi ad essere investiti da una bella perturbazione. E poi il mare respira.

Provate a dormire una notte all'ancora, in una baia protetta dalle falesie: sentirete il respiro del mare che entra negli anfratti delle rocce, crea una eco e poi si ritira. E sempre con un suo ritmo. Non sempre è vero quello che osserviamo. I nostri occhi vedono le onde che corrono, una dietro l'altra. L'immagine è vera, ma la verità è un'altra: le onde non camminano, ma si alzano e abbassano.  E ogni volta che si abbassano fanno pressione sulla massa d'acqua che sta accanto e che sotto questo effetto si alza diventando un'onda. Un po' come la "ola" che vediamo negli stadi: sembra che cammini, ma ognuno sta seduto al proprio posto.

E poi il mare fa bene alla mente. Provate a sintonizzarvi con lui, chiudete gli occhi e respirate allo stesso ritmo: scoprirete una calma interiore alla quale non vorrete più rinunciare. E poi il mare vi protegge. Una volta mi ritrovai ad Ustica con una bella tempesta di vento e di mare. Uscire dal porticciolo sarebbe stato un suicidio. E lì un altro idiota mi disse: "Ma non ti senti isolato?". Questa volta risposi: "No, perché se è vero che io non posso tornare a Palermo affrontando questo mare è anche vero che nessuno può affrontare questo mare per venire qua e rompermi i coglioni". L'avrà capito che mi sentivo protetto dal mare in tempesta?

Un marinaio non ha bisogno di strumenti per sapere che la terra, al di là dell'orizzonte, si avvicina. Lo sa perché le onde diventano sempre più irregolari. Lo sa perché se alza gli occhi vede volteggiare uccelli che hanno bisogno di un albero per fare il loro nido. Lo sa perché, se è notte, sente distintamente gli odori della terra. E dopo qualche ora vede le prime luci. Luci sempre più grandi. Poi l'imboccatura del porto: fanale verde a destra, fanale rosso a sinistra. E la voglia di virare e puntare di nuovo verso il buio del largo.





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