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domenica 19 giugno 2016

Stanotte affronto i temporali (standomene al sicuro in porto)

I marinai veri, quelli sanno davvero andar per mare, sostengono che le burrasche si affrontano meglio in porto che in mare. Ricordo, anni fa, che ero in rada a San Vito. Alcune nuvole e il mare che da poco mosso divenne in un niente calmo come l’olio mi convinsero a tirar su l’ancora e ripararmi nel porto. Mi ritrovai in banchina ormeggiato ad un Comet 12. Bella barca, ma in quel caso quella barca era popolata da un gruppo di ex ragazzotti convinti di essere dei novelli Magellano. Il meteo minacciava una bella sciroccata a 40 nodi e onde di conseguenza. Nel baretto del marina, uno dei vecchi marinai confermava e rincarava la dose: “Qua per due giorni non si potrà manco respirare”. E un altro suggeriva di allontanare le poppe dalle banchine perché quando soffia lo scirocco in porto entra anche risacca.

Gli ex ragazzotti, che si stavano preparando per partire l’indomani per le Egadi, non erano neppure scesi dalla barca. Mi limitai a dirgli che sarebbe stato meglio, per i due giorni successivi, andare a mangiare un bel cous-cous da ‘Gna Sara. Io avrei fatto quello. Mi dissero che la barca era buono, che loro erano esperti e che non sarebbero questi quei 30, 40 nodi a fermarli. E chiesero se io restassi in porto per paura. A me è capitato di prendere legnate a mare, ma mai di andarmele a cercare. Le legnate non mi piacciono a mare e non mi piacciono a terra. Capii che non mi sembravano degli interlocutori con i quali perdere il mio tempo e dissi che sì, avevo paura e che sarei rimasto in porto.
 L’indomani mattina fui svegliato dagli ex ragazzotti in procinto di andarsene. Il venticello era sui dieci nodi e il mare calmo. Visto che ero sveglio andai in pozzetto col primo dei miei caffè. “Decido a rimanere in porto?” “Assolutamente sì”. “Beh, visto che giornata?”. Io, che voglia di parlare ne avevo davvero poca, mi limitai ad annuire: “Sì, bella giornata”. E non augurai loro neppure il quasi obbligatrio “buon vento”. In fondo non me ne fregava nulla.
Loro andarono via. Li vidi alzare la randa dietro il molo di sopraflutto, quello del benzinaio. Misi una maglietta e mi diressi al bar del marina per il secondo, vero caffè. Quattro chiacchiere con un paio di diportisti locali, una col vecchio marinaio che, dopo una vita di imbarchi in tutto il mondo (era su un cargo), aveva deciso di finire gli ultimi anni prima della pensione a casa sua.
“Arriva lo scirocco?”, chiesi.
“Arriva, arriva”, mi rispose il vecchio.
“Quelli accanto a me sono usciti”
“Ho visto”
“E non gli ha detto niente?”
“No, quando sono arrivati hanno detto che loro e il mare erano tutta una cosa. Perché avrei dovuto dirgli qualcosa”.
“Già”, dissi io per chiudere una conversazione che non interessava al vecchio e neppure a me. E ci siamo messi a parlare di come cucinare le ricciole. Bella conversazione di cui conservo ancora il sapore.
A pranzo andai da ‘Gna Sara a mangiare il cous-cous e già lo scirocco era forte. In rada una barca all’ancora vide il suo tender volare. Fu recuperato più tardi  sulla spiaggia. Tornai in barca. Dopo un po’ rimisero la prua in porto gli ex ragazzotti. Un gommone in acqua e un po’ di gente sulla mia murata e su quella di un’altra barca li aiutarono a rientrare nell’ormeggio. Avevano le facce cadaveriche. Cominciarono a dirmi che c’era 50 nodi di vento (che non c’erano) e onde mostruose (che c’erano, ma non erano mostruose). Forse voleva ingigantire la realtà per dimostrare che  la decisone del loro rientro non era dettata da paura, ma dall’imponenza della natura. Risposi semplicemente che certo, con 70-80 nodi e onde di dieci metri la navigazione non sarebbe stata molto confortevole. Credo di essere stato odiato. Loro con gli altri…
Adesso sono in porto a Gaeta. Fra poco passerà la coda di una perturbazione e verrà qualche temporale. Teoricamente potrei andarmene domattina, ma sono in pensione, non ho cartellini da timbrare e neppure traguardi da tagliare. Il tempo migliorerà domani in tarda mattinata e dovrebbe durare per qualche giorno. Il vento e il mare saranno assolutamente sostenibili. La mia prossima tappa sarà Pozzuoli o Ischia. In fondo sono solo una quarantina di miglia e voglio farmeli in pieno relax: partirà martedì mattina molto presto, in modo di farmela tutta a vela, anche se la velocità sarà di 3 o quattro nodi.
Le ultime venti miglia prima di arrivare a Nettuno le ho fatte con vento sul muso a 30 nodi e mare formato. Ma non avevo scelta: ho ridotto le vele, mi sono messo di bolina larga e sono arrivato. Ma ho più di 60 anni, la salute non sempre mi è amica e le mie forze stanno più nei cassetti dei ricordi che con me. E non ho voglia di sprecare il mio limitato patrimonio di energie a prendere legnate annunciate. Se arrivano senza preavviso, bene (male), ma comunque si prendono. Ma andarmele a cercare proprio no. Anche perché io non sono un ex ragazzotto, ma un anziano e pure un po’ acciaccato. E siccome mi accetto come sono, con i miei anni e con i miei malanni, stasera e domani me ne starò a gaeta. Anche perché ho scoperto un ristorantino nascosto in uno dei vicoli che ci sono di fronte al porto dove si mangia da padreterno e si mangia poco: Il Covo di cagliostro. Una cuocsa (simpaticissima) e un acameriera bastano e avanzano per dieci tavoli. Tanto per farvi un’idea: antipasto composto da unsalata di mare, seppiolina grigliata, tortino di pesce, baccalà fritto, cozze scoppiate, polipetti “murati; pasta con le vongole; frittura di gamberi e calameri, acqua, vino e limoncello. Il prezzo? 25 euro a persona. Caffè niente e neppure bancomat. Ma è un “covo” da segnalare. E che il arrivi pure il maltempo. Io da qui me ne andrò solo martedì, col tempo – come si dice nel gergo dei marinai – “dichiaratamente al bello”. E il temporale me lo vedrò dal pozzetto.





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