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giovedì 9 luglio 2015

Il vero perché di una circumnavigazione della Sicilia

Horus si fa strada tra le onde
I cattolici lo chiamano "esame di coscienza", i laici, più semplicemente, "bilancio". Ma tutto sommato il significato è lo stesso: ci sono momenti della vita in cui è necessario fermarsi e fare il punto. Ecco, io il "punto" lo sto facendo circumnavigando la Sicilia su un guscio galleggiante di dieci metri. E lo sto facendo, come è giusto che sia, da solo. Intendiamoci: vado a vela, ma questo giro tutto è tranne che un'impresa sportiva. Qualche anno fa, quando avevo alcuni anni e molti acciacchi in meno, sarebbe stato un qualcosa tra una passeggiata e un trasferimento. Tanti, ma tanti anni fa, su un vecchio e malandato Alpa 6.70 (il mitico Alpa Dodi), sono andato a pantelleria e sono perfino tornato. ma parliamo di altri tempi, altri spiriti e altre forze.
Adesso, girando al Sicilia a 61 anni e una salute non proprio al top, faccio questo  benedetto "punto".

Voglio vedere la Sicilia, la mia bellissima e martoriata terra e la voglio vedere dal mare. Da questa prospettiva, la mia terra è ancora più bella di quanto sapessi. Ma dal mare si vedono, violenti, gli sfregi che ha subito. Navigando da Cefalù a Palermo, per esempio, si vede un manufatto color verde pisello che, per chi ha anche solo un minimo di piacere del gusto, è come un pugno nello stomaco. Un esempio opposto, invece, è l’ex Club Mediterranée: non si vede neppure.
Ma torniamo al “punto”. Se il mio fisico reggerà (e reggerà), alla fine avrò percorso più o meno 600 miglia. In queste 600 miglia, sarò tornato in posti conosciuti e ai quali mi legano ricordi, il più delle volte belli. Insomma, ricordi da ricordare. Ricordi che mi fanno rivivere momenti della mia vita, emozioni, paure, speranze, batticuore.
S. Vito nell'estate del 2003
Vedrò come gli anni hanno cambiato persone e paesaggi. A Favignana, per esempio, non c’è più il vecchio benzinaio: ricordo che, in attesa del mio piano di gasolio (più o meno 20 mila lire), aspettavo che finisse con la “barca” di Armani. E ricordo le risate quando, arrivato il mio turno in banchina, pronunciavo orgoglioso il fatidico “Pieno anche io”!. Adesso, per la cronaca, non c’è più il vecchio benzinaio e non c’è neppure la pompa di benzina.
Ricordo il risveglio davanti ai Faraglioni di Scopello. Lo ricordo con tanta tenerezza e tanta nostalgia.
Ricordo la spiaggia di San Vito quando il Comune non dava concessioni. Una spiaggia popolata solo da bagnati e non da una moltitudine di turisti sommersa da ombrelloni e sdraio. E dove, per mangiare bene, si poteva andare solo da ‘Gna Sara o da Gambrinus, allora gestito da un bancario i n pensione e che dalla cucina, al primo piano, faceva il conto di chi entrava e chi usciva dal porto. E il molo di sottoflutto era appannaggio di un “ormeggiatore abusivo”: mitico per la sua gentilezza e per i suoi sconti.
La rotta di Horus da Trapani a Mazara
Sono tornato in quello che i trapanesi chiamano il “Canale”: quel braccio di mare compreso tra il capoluogo, Levanzo, Favignana e Mazara: qui bisogna tenere gli occhi aperti e districarsi in un labirinto di secche, bassi fondali, reti di pescatori, i famigerati gommoni di Marsala e il mare cher, se soffia anche poco poco il vento, non ci sta nulla a montare. Tanto per rendere l’idea: da Trapani a Mazara uno pensa che sia meglio viaggiare sotto costa. Sbagliato: a parte che si è sempre sotto costa, conviene puntare sulla costa orientale di Favignana, costeggiare Cala Rossa (e farsi anche il bagno, come suggerisce l’esperto dei luoghi Sergio Conte) e da lì puntare su Mazara.
E’ difficile capire la Sicilia. E’ difficile, per esempio, comprendere il perché la Lega Navale di Marsala abbia ottenuto la concessione di un pontile, ma con un fondale di 80 (ripeto, ottanta) centimetri. Ed è difficile comprendere come a Mazara, sempre a causa del fondale, sia impossibile ai diportisti fare gasolio, sempre per i bassi fondali. C’è un secondo distributore che dispone di un pezzo di molo e di fondali profondi: ma lui vende solo il gasolio a prezzo agevolato. Insomma, quel gasolio che i diportisti – a meno che non vogliano rischiare di fare incazzare la Guardia di Finanza – non possono fare.
Sono tornato a doppiare dopo tantri, tanti anni, Capo Granitola: è l’unico punto in cui si vede Capo San marco e Pantelleria. E, misteri dell’etere, al Vhf si ascolta meglio la Capitaneria di Pantelleria che quella di Mazara.
Il porto di Sciacca
Sciacca, in questo mio giro, è una tappa obbligata. Sono andato ai piedi del Monte Kronio dove da anni riposano i miei genitori, vicini nella morte come lo furono nella vita. Io non credo ai riti, non credo ai doveri nei confronti di chi non c’è più (il mio regalo ai superstiti sarà quello di non pagare un funerale e neppure avere una tomba sulla quale pregare): ma ho fatto violenza a me stesso e per un po’ ho parlato con mamma e papà. Confesso: mi mancano tanto.
 Ho già rivisto Riccardo, un mio cugino. Più che rivisto, l’ho visto: l’ultima volta era un bambino. Ho rivisto dopo anni due zie, sorelle di mio padre. Domanbi rivedrò una cugina che normalmente vive a Verona e un’altra, di Sciacca, che però non ho mai visto. Gli esperti li chiamano legami familiari, difficile – se non impossibile – tagliare. Non so, per anni ho fatto il cronista di morti ammazzati e di malefatte dei politici. Ma so che questo bagno nella memoria mi fa bene. In ogni caso, credo sia un atto dovuto. Dovuto a me.
Ora andrò ad Agrigento. Rivedrò la Scala dei turchi dalla pace che regna su Horus e non con le orecchie distrutte dalla solita guida che con la sua voce stridula e l’ombrello sempre chiuso (i marinai hanno i fari, i turisti gli obrelli chiusi delle guide) rompe le scatole anche chi la guida non la vuole.
A San Vito ho rivisto Grazia, una mia vecchia amica di infanzia, e l’ho rivista con immenso piacere. E abbiamo ricordato, ridendo, quando i suoi genitori permettevano a lei e a sua sorella Margherita di uscire solo se venivano in auto con me. E io a quei tempi era un bravissimo sfasciacarrozze. E mi chiedevo perché quelle persone odiassero tanto le figlie da volerle morte. Stavo bene quando ero ragazzo.
Ad Agrigento andrò a togliere altra polvere dai ricordi della mia vita. Ricordi non di quando ero ragazzo, ma quasi adulto. Sempre che adulto lo sia mai diventato.
Poi continuerò a navigare lungo la costa meridionale della Sicilia. Mi fermerò a marina di Ragusa dove minchia viene pronunciata mincia. Rivedrò vecchissimi amici e giovani colleghi, scenderò a terra per respirare l’aria del barocco.
Poi passerò da Scoglitti, girerò attorno (e a debita distanza) dall’Isola delle Correnti, mi infilerò in quell’incrocio tra il Canale di Sicilia e lo Ionio, farò sosta a Marzamemi e poi ad Ortigia, il centro storico di Siracusa dove ancora oggi il papiro cresce spontaneo. Poi risalirò la costa orientale della Sicilia. Starò qualche giorno a Catania, poi ad Aci Trezza, Taormina e poi attraverserò Sua Maestà lo Stretto. Non sarà la prima e neppure la seconda volta. Ma ora voglio farlo a vela e di notte: sarà magico farsi confondere dalle luci della Sicilia, della calabria, dei fari e dei traghetti.
Poi, poi si vedrà. Vorrei andare alle Eolie dove non vado da anni e dove sono molti gli amici che mi aspettano. E tornerò a buttare l’ancora davanti ai laghetti di Tindari per fare il pieno di pace e di serenità.

E poi tornerò a San Nicola, dai miei matti. E lì mi riposerò. E mentre mi risposo da una fatica che un giorno non mi avrebbe affaticato per nulla, qualcuno mi dirà se questa terapia che ho appena cominciato darà i suoi frutti o sarà acqua fresca. Ma adesso non ho alcuna fretta di saperlo: preferisco vivere i miei momenti e le mie emozioni.



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