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martedì 7 giugno 2016

Procida, Gaeta, Nettuno. E il viaggio di Horus continua

Nel porto di Nettuno in attesa del temporale (che non è arrivato)
Adesso le miglia percorse sono poco più di 450.  Giorni fa abbiamo lasciato Procida (a bordo c’era anche Luisa, una mia cara amica padovana) e per un paio di giorni ci siamo fermati a Gaeta. Qui Luisa è sbarcata e io e Horus, dopo poco più di 50 miglia abbiamo raggiunto Nettuno, dove mi trovo adesso.
Navigazioni, in queste due tappe, tutto sommato tranquille. Poco vento da Procida a Gaeta, molto vento (fino a 28 nodi di apparente, ma si andava di bolina) da Capo Circeo a Nettuno.

Non avevo mai navigato su questo pezzo di Italia e, come un bambino, continuo a meravigliarmi ad ogni capo che doppio. E mi diverto a tracciare le rotte, le vie di fuga, i tempi di percorrenza e a stilare un calendario che sia compatibile con il meteo, con i costi degli ormeggi e con la mia salute. Mettere a posto i pezzi di questo puzzle, credetemi, non sempre è facile. Però, in un modo o in un altro, ci siamo riusciti.
Ma torniamo al nostro viaggio. E’ vero che ancora non siamo in periodo di ferie, ma finora le uniche barche che ho visto, erano barche di “locali” che passavano qualche ora in mare e poca distanza dal loro porto di armamento. Barche in rotta verso altri porti ne ho viste poche e tutte con bandiera straniera: molti francesi e molti tedeschi. Molti, quei pochi che ho visto.
Tutto pronto per alzare la randa
Siamo partiti da Procida di buon mattino, ci siamo messi subito su una rotta volutamente sbagliata per evitare incroci poco desiderabili con traghetti e aliscafi e poi, fuori dal casino, su per 323 gradi e con 32 miglia tutte da percorrere. Per una buona metà del percorso, siamo andati con motore e randa. Poi, quando è arrivato un po’ di venticello che ci veniva al traverso, abbiamo spento lo Yanmar, svolto il genoa e ad una media di 4 nodi siamo arrivati a Gaeta.
Il porto è moderno ed è molto accogliente. Per i soci della Lega Navale (che qui non ha pontili propri) c’è uno sconto del 20 per cento: in tempi come questi, mi sembra una lodevole iniziativa. Il marina offre, oltre alla luce, due tipi di acqua: quella presa dai pozzi, buona per lavare le barche, e quella potabile da mettere nei serbatoi. Una soluzione utile per evitare sprechi e usi impropri. Bagni e docce calde e anche un buon wi-fi.
Il porto di Gaeta visto sul sito di Marinetraffic.com
Uno dei due puntini rossi all'interno del porto è Horus 
Per chi non ha necessità di scendere a terra, si può stare all’ancora sia a levante che a ponente del marina di Gaeta: il fondo di sabbia tiene bene e, se non arrivano forti venti meridionali si sta davvero tranquilli.
Come mi aveva suggerito Alessio Patania,  altro velista galantuomo (con un First 28, assieme alla moglie, è andato dall’Argentario a Siracusa e ritorno. Complimenti!), le stradine di Gaeta sono un concentrato di colori, sapori ed emozioni. Viviamo in un Paese meraviglioso: se solo gli volessimo un po’ più di bene….
La domenica sera a nanna presto, ma il sonno non arriva e alle 3.30 suona la sveglia. Ho dormito solo un paio d’ore, ma devo mettermi in mare prima che faccia luce. Ho sempre fatto in modo di arrivare a destinazione, indipendentemente dal fatto che questa destinazione sia un porto o una rada, ben prima che faccia buio. Immagino di tenere una media di 4 nodi e con quei calcoli faccio in modo di non arrivare mai più tardi delle 16, 17.
Poco prima dell'alba e si lascia Gaeta
Alle 3 e mezza apro il copriranda, accendo il motore per portarlo a temperatura, accendo gli strumenti e le luci di via e comincio a preparare il caffè. Mentre la moka borbotta, accendo il Vhf, vado sul Canale 9 e chiamo l’operatore radio del Marina per ringraziare dell’ospitalità e congratularmi per la loro professionalità. E, ovviamente, per avvertirli che stavo per lasciare l’ormeggio.
E poco prima delle 4 sono fuori dal porto. Assieme a me, due lance di pescatori  che, immagino, vanno a tirare le reti calate il giorno prima. Da Salerno in su ho notato che molti pescatori usano dei “treni” di nasse per il loro lavoro. Da noi, in Sicilia, sono le reti gli attrezzi più diffusi.
Mentre vado a duemila giri (Horus fa quasi 5 nodi e questo mi basta), mi volto per guardare Gaeta e le sue luci che allontanano. Costeggio la rocca “governata” dal maschio Angioino. Poi pian piano, sempre seguendo il costone di roccia, viro a dritta, lascio il Golfo di Gaeta ed entro in quello di Terracina: ho da percorrere poco più di 25 miglia, fino al Capo del Circeo. Vento zero: alzo la randa per ridurre il rollio e magari guadagnare anche mezzo nodo.
Il sole sorge alla mia poppa e faccio qualche foto. Di albe e tramonti, a mare, ne ho visti centinaia. Ma ogni volta, per m, è una emozione nuova. Rimetto in dinette la macchina fotografica e ammazzo il tempo mettendo in acqua le lenze per la traina: non sono un pescatore professionista e neppure dilettante. Insomma, non so pescare. Ma a volte, nonostante me, qualche pesce si prende. Mentre penso a questa mia atavica mancanza di professionalità, vedo a qualche centinaio di metri un piccolo pesce spada (io almeno lo vedevo così, piccolo). Saltava fuori dall’acqua, con il suo attrezzo disegnava nell’aria un immaginario cerchio e poi ricadeva goffamente in acqua. Nulla a che vedere con l’eleganza dei delfini, ma quello dei pesce spada per me era uno spettacolo insolito. Mi tuffo nella dinette per riprendere la macchina fotografica, torno in pozzetto ma quello, il pesce spada, era ritornato sul fondo. Sarà per un’altra volta.
Fino a cinque miglia dal Circeo si è andati con randa e motore, ma comincia una leggera onda lunga proprio di prua. Un vecchio pescatore di Isola delle Femmine, un paesino alle porte di Palermo, tanti anni fa cercò di spiegarmi che il mare parla. Sta a noi apprendere il suo linguaggio e capirlo. E il mare parla anche con le sue onde: se arriva una bella onda lunga, i casi sono due: o seguono giornate di vento forte oppure le anticipano. Siccome nei giorni precedenti la regola era quella delle bonacce, ho preferito mettermi al sicuro e, continuando a motore, riduco la randa.
Il mare aveva parlato davvero. Subito dopo il capo la rotta cambia (da 270 a 310 gradi) e l’onda lunga, che arrivava di prua ora “attacca” Horus sul mascone. Comincia ad apparire un po’ di venticello, svolgo il genoa e spendo il motore. Horus va a poco più di 3 nodi. Decido di andare a vela per almeno un paio d’ore. Poi, mal che vada, posso sempre riaccendere il motore e mettermi a 5 nodi, 5 nodi e mezzo per arrivare nei tempi previsti. Ma non c’è bisogno. Il vento rinforza e si va di bolina: non bolina stretta ma neppure larga. Il vento apparente ora si è stabilizzato sui 10 nodi e più volte ho avuto la tentazione di riportare la randa come era prima, ovvero non più ridotta.  Ho preferito aspettare: il vento saliva: 12 nodi, 15, 18, 20 nodi. Decido di ridurre anche il genoa per rendere la barca più equilibrata. E per di più ho scarrellato la randa sottovento. La stazione del vento sputava le sue sentenze: 25 nodi di apparente. Avrei potuto poggiare un poco, ma questo avrebbe comportato più in avanti di fare almeno un bordo. Niente, si resta così di bolina.
Anche se non avevo alcuna ragione per uscire dal pozzetto, indosso le cinture di sicurezza. L’onda lunga è sparita per fare spazio ad onde di un metro e mezzo, due metri. Ingrasso un po’ il genoa per dare potenza ad Horus e salire con più sicurezza sulle onde ed evitare che la prua scada sottovento.
Il 13 metri dei danesi in navigazione verso Ostia
La barca è equilibrata. Scendo in dinette per farmi qualche fetta di pane con la nutella. Dagli oblo vedo una barca a vela alla mia sinistra. Nell’Ais scopro che è un 13 metri danese. Anche lui, sbandatissimo, va con randa e genoa ridotti. Li chiamo per radio. Io pensavo che anche loro fossero diretti a Nettuno, invece mi dicono che procedono verso Ostia. Una  breve e piacevole chiacchierata, gli auguri reciproci di buona navigazione e li vedo virare verso il largo per passare a distanza di sicurezza dal capo di Anzio per poi tornare sulle mura precedenti e puntare dritti su Ostia. Io resto sulla mia rotta. Ancora un’ora e si arriverà a Nettuno dove mi aspettano. Paride, amico dei miei amici palermitani della Murpy&Nye e della Sailing Boat Service, mi dice che al porto mi aspettano e che per me è riservato il posto B40. Ringrazio e comincio a prepararmi all’atterraggio. Ritiro le canne, ritiro anche la lenza sull’affondatore e durante questa manovra uno scemo di sgombro resta allamato: finirà in padella. Preparo anche le cime di poppa e chiamo  per radio il Marina spiegando che sono solo e che con quel vento sarebbe meglio avere l’assistenza di un gommone. Mi dicono di sì e mi chiedono di chiamarli quando sarò all’imboccatura.
Seguendo i consigli di Ivan De Francesco, anche lui gran velista e gran galantuomo, mi preparo ad entrare: “Tieniti al centro e se c’è onda entra a tutta manetta”, mi aveva detto. E io, a mezzo miglio, punto il centro dell’imboccatura. Richiamo il Marina che mi chiede di aspettare un po’, perché il gommone è impegnato in un’altra assistenza. Il mare è grosso e bighellonare davanti al porto, dove il fondale è basso e quindi anche le onde sono alte, non è proprio piacevole. Faccio due “vasche” e mi richiamano: può entrare. Seguo i consigli di Ivan ed entro esattamente al centro e a tutta manetta: supero il muretto d’acqua che si era fermato all’imboccatura e mi ritrovo dentro. Il vento è calato un poco, siamo sui 20 nodi, ma almeno non c’è più onda. L’assistenza è perfetta. Il gommone che mi sta accanto è pronto a “tenermi” la prua qualora dovesse sacadere.ma entro a marcia indietro di poppa e non c’è stato bisogno di intervenire.

Ora qui per qualche giorno. Tra l’altro devo stare uno o due giorni a Roma per motivi medici. Ci aggiorneremo quando avrò le idee più chiare.

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